Rosalba, Giovanni

Giovanni Rosalba
N.
M.

Relazioni di parentela: Probabile capostipite di una “dinastia” di tecnici, tra i quali i figli Camillo e Federico.

Ente/istituzione di appartenenza:
Qualifica: Architetto privato, (ASS, Tribunale Civile di Salerno, Fondo Perizie, voll. 898, c. 532 e c. 541); Ingegnere civile (ROSALBA, 1866).

Biografia:
Operoso almeno tra il 1827 e il 1866, incrocia in parte l’attività con quella dei suoi due figli.

Produzione scientifica:
Siamo di fronte a un valido tecnico privato, a una figura di notevole spessore professionale e culturale in senso lato, anche se caratterialmente «piuttosto boriosetto» (FIENGO, 1993, p. 89). È sicuramente salernitano, opera già negli anni trenta dell'Ottocento (anche se, come si è visto, viene iscritto all'Albo professionale degli architetti solo nel 1840), ma si muove con molta disinvoltura nell'ambito del Regno di Napoli e altresì, per qualche decennio, nel succedaneo Regno d'Italia, circondato da stima generalizzata, a giudicare dal fatto che viene chiamato, spesso e dovunque, a offrire le sue prestazioni professionali o a tenere discorsi.
La sua biografia è difficilmente ricostruibile, nonostante l'esistenza nell'Archivio di Stato di Napoli di un fascicolo a lui intestato (Ministero di Grazia e Giustizia, fasc. 1584, incartamento n. 779), ma la sua attività dové essere fervidissima nel pubblico e nel privato, a giudicare soprattutto da tre relazioni tecniche, tutte riportate a stampa, che egli stila su precisa committenza in materia di utilizzazione delle acque (cfr., per le rispettive intitolazioni, ROSALBA, 1834, 1838 e 1866, e nel commento la dettagliata analisi critica del loro contenuto), dimostrando conoscenze a largo spettro, relativamente a note aree del salernitano, come il bacino del Tusciano e del Picentino, o al bacino del Liri, rispetto al quale appalesa più francamente doti di maturo pianificatore. È a tal proposito che dimostra conoscenza dal vivo della questione meridionale, nel quadro dei problemi nazionali del periodo a ridosso dell’Unità. In particolare si schiera con quella corrente di pensiero che auspica il potenziamento della vocazione agraria (attraverso bonifiche e irrigazioni) e commerciale (lungo quella che oggi vien detta “Autostrada del mare” ed è ancora poco utilizzata!) del Mezzogiorno e dell’Italia. Alla grande industria preferisce la piccola, trasformatrice delle materie prime prodotte dall’agricoltura e dall’allevamento (con una punta alta nel settore serico), anche per evitare gli abusi dei grossi industriali verso gli operai e salvare i valori della civiltà contadina.
Più che alla stesura di mappe relative a circoscritti territori, originate da conflittualità private (si veda qui di seguito il commento relativo a una micro-area della Costiera amalfitana), sembra dedicarsi a perorazioni tecnico-giuridiche laddove sono in ballo più rilevanti interessi, anche privati (la difesa dei Sig.ri Zottoli e Consiglio, possessori di una ferriera nel tenimento di Acerno: cfr. ROSALBA, 1835) oppure ad attività di conferenziere su tematiche territoriali, registrata a stampa in apprezzate riviste dell’epoca, come Il Picentino (cfr. ROSALBA,1845 e 1847).
Il ristretto spazio di una scheda obbliga ad appuntare l’attenzione sulle tre principali relazioni tecnico-idrauliche sopra richiamate, che rappresentano dei veri e propri saggi di lettura e pianificazione del territorio, come si intuisce già dal loro lungo titolo. Dalla relativa analisi si evince una preparazione teorico-pratica a largo spettro da parte dell'estensore, che spazia dall’ambito economico generale a quello economico-agrario e fino al diritto pubblico e privato (amministrativo, in particolare) con specializzazione in idraulica, agrimensura e boschicoltura, specie a riguardo delle zone ricche di acque, di cui il Rosalba sa stimare il valore e le implicazioni anche sociali, con al centro il complesso problema – attualissimo, tutt’altro che risolto e forse mai completamente risolvibile – dei rapporti tra interesse privato e interessi generali della cittadinanza .
Si comprende quindi già da subito, e meglio ciò apparirà nel prosieguo del discorso, che non si tratta solo di discorsi tecnici, ma più latamente politici e geografici. Per essere più precisi, le pagine del Rosalba vanno molto oltre le valutazioni e i computi idraulici e matematico-statistici, per allargarsi talora alla descrizione corografica degli spazi considerati e a precise indicazioni prospettiche, in una prosa, inoltre, dal forte sapore umanistico, assai lontana da quella schematica e personale degli analoghi prodotti di certi tecnici del nostro tempo.
Ma, per restare al contenuto delle relazioni, anche se in realtà le due prime opere riguardano il contributo che il Rosalba offre per risolvere questioni di organizzazione ed equidistribuzione, circa l'uso delle acque, nella zona di Destra Sele (i bacini dei fiumi Tusciano e Picentino sono adiacenti), esse rappresentano tre fasi di un unico, ben finalizzato intervento sul territorio: quella del progetto di costruzione ex-novo di una rete idrica (Valle del Liri), quella della bozza di un regolamento amministrativo, a impianto di canalizzazioni già realizzato (Picentino); quella della interpretazione di un regolamento già vigente, per dirimere con opportuni correttivi controversie ormai in atto (bacino del Tusciano).

Produzione di cartografia manoscritta:
- Pianta Topografica delle due contigue proprià appartenenti a’ frat:lli Gambardella, e Di Pino rilevata d’officio per disposizione del Trib.le Civile di Salerno, prima di pronunziare sulla quistione di confine suscitata per parte de’ fratelli Di Pino. Salerno 29 ottobre 1827. F.to: Giovanni Rosalba, architetto, Raffaele Amato, Gaetano Longo.
ASS, Tribunale Civile di Salerno, Perizie voll. 898, c. 541.

- Pianta della masseria Papeciceri sita in tenimento di Monte Corvino ed appartenente alla famiglia Di Iorio, Salerno 30 aprile 1828. F.to: Giovanni Rosalba, Antonio Di Gilio e Gaetano Longo.
ASS, Tribunale Civile di Salerno, Fondo Perizie, vol. 898, c. 532.

- Pianta ostensiva del tronco dell’alveo che lambisce le proprietà dei signori Giuliani e Gorrasi, site in tenimento di Roccadaspide, contrada Vallone della Fonte, e delle opere in esso fatte da questi ultimi, per le quali è contesa presso il Tribunale Civile di Salerno. Salerno, 3 ottobre 1843. F.to: Giovanni Rosalba, Raffaele Pannisi (?), Luigi Abbondati.
ASS, Tribunale Civile, Fondo Perizie, b. 910.

N.B. Certamente, a corredo delle sue opere edite di pianificazione idraulico-territoriale, dovevano esserci delle carte a stampa, ma di esse non si è trovata traccia negli esemplari delle pubblicazioni consultate.

Produzione di cartografia a stampa:

Fonti d’archivio:

Bibliografia:
n. 3; n. 7; n. 8; n. 38; n. 81; n. 82; n. 83; n. 84; n. 85.

Repertori carto-bibliografici e documenti d’archivio
Testo del giuramento di fedeltà alla corona:
«L'anno milleottocentoquaranta il giorno 22 Dicembre a Napoli.
Innanzi a Noi Cav. Ferdinando Troja’ Vice Presidente della Corte Suprema di Giustizia, Presidente della Gran Corte Civile in Napoli, assistito da D. Luigi Luposi Impiegato della Suprema giust. Albo degli Architetti giudiziari e dal Cancelliere, si è presentato D. Giovanni Rosalba, onde, a’ termini delle Superiori Disposizioni, prestare nelle nostre mani il giuramento nella qualità di architetto del Sud.to Albo.
Dopo di che abbiamo ammesso il Sud.to D. Giovanni Rosalba a prestare il giuramento siccome lo ha dato ad alta voce e sopra i Santi Vangeli, ne’ termini seguenti.
«Io G. Rosalba prometto e giuro fedeltà ed ubbidienza al Re Ferdinando II; e pronta ed esatta esecuzione degli ordini suoi».
«Prometto e giuro di osservare e di far osservare le leggi, i Decreti ed i regolamenti che per Sovrana Disposizione dì Sua Maestà si trovano in osservanza e quelli che piacerà alla Maestà Sua di pubblicare in avvenire».
«Prometto e giuro di non appartenere a nessuna società Segreta di qualsivoglia titolo, oggetto e denominazione e che non sarò appartenervi giammai».
Cosi Dio mi aiuti.
In fede di che si è redatto il presente processo verbale che è stato sottoscritto dal Sud. D. G. Rosalba
da Noi, dall'Impiegato della com.e e dal cancelliere».

Ministero di Grazia e Giustizia, fasc. 1584, incartamento n. 779

Rimandi ad altre schede: Vedi Rosalba Camillo; per l’altro figlio, Rosalba Federico, cfr. Bibliografia, n. 94, p. 623-625. Commento alla fig. 12 Una vertenza confinaria tra i fratelli Gambardella ed esponenti della famiglia Di Pino dà luogo, come classica occasione, a questa carta, fatta rilevare «d’officio» su disposizione del Tribunale Civile di Salerno all’architetto Giovanni Rosalba, coadiuvato da Raffaele Amato e Gaetano Longo, probabili collaboratori del suo studio tecnico privato. La rappresentazione si rivela interessante in quanto offre un’idea precisa del paesaggio agrario dell’intera Costiera, nelle fattezze in cui è stato ormai trasformato dal lavorio dei secoli: un mantello agro-forestale non proprio ricco ed esuberante, dove la trilogia mediterranea è monca del suo cardine (il grano), ma ha compensazioni nel bosco (un terzo, mediamente nel tempo e nello spazio, della complessiva superficie catastale) e che si distingue per piante endemiche o colture quali viti, agrumi, gelsi, più raramente olivi, castagni anche da frutto, carrubi, e così via (AVERSANO, 1987 b, pp. 127-141; AMOS e GAMBARDELLA, 1976). Qui in particolare il bosco (parte alta e destra della carta) circonda alcune «Rivolte di antiche macerie», cioè i terrazzamenti dell’habitat amalfitano, che hanno eroso il manto forestale a favore di alberi fruttiferi e agrumi, alternatisi a viti, e che in qualche caso (si veda lo spezzone di disegno più piccolo sopra la «Cartiera controvertita») convivono anche con seminativi orticoli, incoraggiati dalla presenza del fiume, che serve fondamentalmente al funzionamento delle due cartiere. Di un certo interesse, giacché pur sempre inerenti alle procedure di misurazione dello spazio, le croci «scolpite dai massi» e i segnali di pietra, utilizzati come «segno di terminazione». Commento alle tre principali relazioni scritte sopra citate, a firma del Rosalba La prima relazione è certamente molto corposa e interessante, perché il nostro architetto redige un vero e proprio progetto, su richiesta del «Signor Intendente del Principato Citeriore» (mi permetto ricordare che l’Intendente era il capo della provincia, in questo caso della futura provincia di Salerno), sulla base del quale poi dovrà essere formulato il regolamento amministrativo finalizzato alla equa ripartizione tra gli utenti delle acque del fiume Picentino. Un compito assai arduo e importante, perché si trattava di mettere d'accordo gli interessi pubblici e privati, evitare gli abusi dei potentati e nello stesso tempo fare in modo che non si verificassero impaludamenti. La palude e la malaria, infatti, erano di casa nella piana del Sele, specie alla sinistra del fiume, ma per quanto riguarda il basso Picentino era stata eliminata da poco, dopo il decennio napoleonico, specie alle porte di Salerno, dove esistevano le famose risaie (che ne costituivano la deprecata causa prima, ma che erano ormai scomparse – soppiantate da ortofrutticoltura intensiva – al tempo in cui scrive il Rosalba). Senza entrare nei dettagli tecnici della «Memoria legale idraulica», si può dire che, nella prima parte dell'opera (intitolata «Origini del fiume sudetto. Paese traversato dal suo corso. Uso che può farsi delle acque, e dritto che possono vantarvi i proprietarj de’ differenti Comuni»), l'Autore dimostra una perfetta conoscenza geografica del bacino del fiume e della storia territoriale (ricorda che il letto è incassato e le acque difficili da derivare; ricorda la storia del riso e gli abusi passati; nota la vocazione cerealicola dì tutta la zona bassa), non senza riportare circolari relative all'amministrazione delle acque, cui tutti devono attenere. Dopo aver preso atto della situazione e aver descritto il territorio fisico e umano, Egli procede alla «Misura delle acque, estensione di terreno che potrebbe rimanere innaffiato; quantità che sin dal momento andrebbe soggetta a Regolamento Amministrativo» (è il titolo del secondo paragrafo, fra le pp. 8-13). Nel fare queste operazioni, dimostra di conoscere i principi della scienza idraulica e formule matematiche utili a misurare la portata del fiume in vari punti, di avere conoscenze bibliografiche aggiornate, da cui prende quello che è utile: infatti, in base alla sua conoscenza delle caratteristiche locali, modifica gli schemi matematici di calcolo «dell’idraulico italiano Tadini» (p. 10). Uno dei paragrafi più interessanti dal punto di vista geografico (governo delle acque e del territorio tout court) è il terzo, intitolato «Canali di derivazione attualmente in uso sulle due sponde: modificazioni per renderli a più vasto e regolato oggetto relativi. Partizione di tutta la regione irrigabile in altrettante contrade quanti sono i canali principali». Qui il relatore dimostra conoscenza del territorio, citando fra l'altro le principali sorgenti (p. 16), regolando il suo intervento in base al sistema di coltivazione biennale del granone (p. 22) e procedendo a una regionalizzazione del territorio in cinque contrade: di Siglia e delle abolite risaje, sulla sponda dritta; di Sardone, di S. Giorgio e de' Cannameli, sulla sponda sinistra (p. 23). E' un assetto del territorio che ha resistito fino alla seconda guerra mondiale, prima che l'aggressiva politica urbanistica del dopoguerra ne sconvolgesse i connotati (NATELLA, 1994, pp. 32-33). Anche il paragrafo quarto interessa moltissimo sotto il profilo geografico, perché da esso si può ricavare il paesaggio agrario beneficiato dall'irrigazione, la toponomastica dell'epoca, i nomi dei proprietari e l'estensione delle loro particelle, con i tipi di coltivazione prevalenti: campestre e arbosto, ossia cereali (grano e granone) e viti maritate ad alberi vivi, che nel primo Ottocento erano una grande ricchezza. Comprendiamo qualcosa anche sui ritmi stagionali che regolavano la vita dei contadini e dei proprietari dei fondi: «La stagione delle irrigazioni comincia nella piana di Salerno e di Montecorvino alla metà di Maggio...e termina ai 15 dì Settembre», ci informa il Rosalba a p. 39. Doti di pianificatore a sfondo sociale il Rosalba mostra infine di possedere anche nel paragrafo quinto («Precauzioni da prendersi onde impedire le stagnazioni e le infezioni d'aria che ne sarebbero la conseguenza»). Le pagine successive sono dedicate al calcolo dell'equa ripartizione delle acque tra i proprietari e ai compensi che «possono competere a taluni proprietari» in soli 4 casi (p. 48). La relazione, che fa riferimento a una carta di dettaglio costruita dallo stesso Rosalba (ma che non è allegata al volume, né sono riuscito a trovare, se mai esiste in qualche recesso d'archivio o di biblioteca: ciò vale purtroppo, come si diceva, anche per le altre relazioni), termina con un lucido riassunto di quanto dettagliatamente esposto nei paragrafi precedenti, al fine di facilitare la stesura del regolamento amministrativo che gli è stato chiesto. ------ ^ ------ Di più modesto impegno è la seconda relazione, relativa solo ai compensi dovuti ai proprietari dei fondi posti nelle vicinanze del fiume Tusciano. In questo caso la parte delle tabelle è molto curata (pp. 5-9), ma non mancano riferimenti alla “filosofia” su cui si basano i calcoli, al fine di dirimere i conflitti tra detentori del sistema di irrigazione privata e quello pubblico, per il quale si batte appunto il Rosalba. Egli infatti rappresenta, nel caso specifico, lo Stato, che deve essere, a suo parere, il punto di equilibrio fra gli opposti interessi e distributore di «giustizia» ed «equità». Nel compiere questa complessa e delicata opera, il nostro architetto salernitano si appella a principi generali enunciati dai maggiori giuristi dell'epoca. Egli si richiama al «sommo Romagnosi» (in riferimento all'opera Della ragione civile delle acque, Milano, 1829-1830, o forse a Della condotta delle acque, Milano, 1822-25), allorquando sostiene che le servitù di passaggio devono prevedere una contropartita a favore dei proprietari sui cui fondi grava la servitù stessa. Infatti, la specie particolare di servitù, «dovendosi esercitare su fondi contigui, e fra possessori collegati fra di loro con vincoli di vicendevoli benefici e servigi, esige necessariamente un temperamento all'idea smodata di un astratto dominio nel quale si prescinde dalla convivenza degli uomini, dalla contiguità di beni, e dalla convivenza degli uomini, dalla contiguità di beni, e dalla communicazione necessaria delle acque che la natura comparte alla terra, ed ai viventi tutti nella medesima» (p. 11). E più oltre: «I regolamenti quindi e gli statuti riguardanti la ragion direttiva delle acque nei rapporti della reciproca conservazione, tutela ed uso innocuo si debbono considerare come altrettante parti integranti del dritto civile sulle acque: attesoché senza di ciò converrebbe eternamente accapigliarsi co’ vicini, o eternamente molestare i tribunali a tener sempre in moto la forza armata per reprimere le risse, e gli attentati particolari» (p. 15). Questo richiamo a Giandomenico Romagnosi, grande storico del diritto, avvocato ed esperto di diritto pubblico e diritto civile, sulla scia del Condillac e dei cosiddetti ideologi francesi, nonché esponente degli ideali politici del Risorgimento (per cui fu perseguitato e incarcerato), ci fa capire quale fosse la posizione dell'architetto Rosalba nella società dell'epoca. Egli apparteneva alla borghesia colta e illuminata, apertamente o potenzialmente antiborbonica e “carbonara”, che combatteva i residui dell'Ancien régime. Infatti, nel concreto, il Rosalba ha il coraggio di battersi contro i cosiddetti “frontisti” (cioè i proprietari dei fondi a immediato contatto con il corso del fiume), che erano pronti a invocare i loro diritti privati ma violavano il diritto pubblico, cioè i beni del demanio statale, provinciale e comunale. Sarà utile a tal proposito riportare le righe conclusive della relazione, che ci mostrano un tecnico coscienzioso, testardo e motivato contro le illecite occupazioni di suolo fatte da proprietari potenti, poco preoccupato di sbottare in una invettiva che non trascura lo stile della scrittura (questa ricercatezza estetica l'avevo notata anche nella prima relazione, specialmente nell'uso di vocaboli eruditi, come ad esempio «frustaneo», a p. 6) e ricorre anche ad esempi della cultura classica per sostenere la sua battaglia. Scrive dunque il Rosalba fra le pp. 15-16, lamentandosi che il suo amore per l'utile pubblico gli aveva alienato le simpatie dei frontisti: «Ma ove mai tutto questo bonar per nulla si volesse, ed invulnerato tornar si facesse dalla lotta il diritto illimitato della proprietà, negar poi non si potrebbe la inviolabilità del diritto medesimo a favor del demanio dello stato, del demanio provinciale, e del demanio comunale: ed in conseguenza tutte le occupazioni di suolo che i frontisti specialmente han fatto sulla consolare, sulla strada del vallo, e sulle strade comunali, traversandole in mille siti, e servendosi de' fossi come acquidotti; ed in molti casi anche allagandole ed intrafficabili rendendole, tutte queste occupazioni io dico ed usurpazioni sulla proprietà pubblica non saranno al certo sostenute dal codice civile, al quale si ha tanta bramosia di ricorrere! In nome dunque della pubblica amministrazione fo mie proteste circa le occupazioni medesime che si veggono fatte sulla strada di Olevano; sulla strada del Vallo, sulla consolare della [sic!] Calabrie, sulla strada comunale di S. Mattia, su quella delle murella, e sull'altra che da Battipaglia porta ai siti superiori di Montecorvino, le quali, una volta rivindicate, farebbero cessare sul fatto il corso delle acque in tutti i canali, e con esso il sistema totale delle irrigazioni private. Protesto in fine contro le inondazioni, gli allagamenti, e le ingenti dispersioni d'acqua dal sistema privato inseparabili; e contro l'infezione d'aria che n'è la trista conseguenza. Tali mie proteste avanzate [sic!] nella circostanza in cui furono d'ordine ministeriale chiamati i frontisti ad un bonario accomodamento, produssero, com'è noto alle Signorie Loro, un' allarme [sic!] ed un esasperamento contro la mia persona. Le regole di condotta mi consigliavano a tacerle nel presente rincontro, ma le regole infallibili del proprio dovere mi hanno imposto a produrle. Fui allora per dispetto attaccato di deferenza, come Ippolito di lascivia dalla seduttrice madrigna: lo sarò di bel nuovo; ma rammenterò nella mia calma che il vituperio dell'impudica Fedra ricadde col tempo su di lei! Attenderò questo tempo per me!». Salerno li 20 ottobre 1838 L'Architetto Giovanni Rosalba ---------- ^ ---------- E vengo alla terza relazione, il cui contenuto è sinteticamente annunciato dal titolo stesso, che è appresso citato per esteso. Una prima annotazione importante da farsi è che l’architetto Rosalba cambia qualifica dopo l'Unità (diventa ingegnere civile) perché si era andata precisando nel tempo la distinzione tra architetto e ingegnere, coi rispettivi ruoli e competenze: non a caso era nata la Regia Scuola di Applicazione per gli Ingegneri in Napoli (RUSSO, 1967). Una seconda osservazione riguarda l’area di cui si occupa il R. (sulle cui caratteristiche geografiche coeve si rimanda alla carta di Benedetto Marzolla, datata 1850, a scala 1:280000), corrispondente alla medio-bassa Valle del Liri, che – com'è noto – è la più vasta pianura del Lazio interno, già lago pleistocenico, almeno tra Pontecorvo e Cassino, poi svuotatosi quando il fiume si aprì un varco nella Stretta dì Suio attraverso i materiali eruttati dal Roccamonfina. Dal punto di vista geopolitico-amministrativo – e a questo si fa forse meno caso – ci troviamo ai confini tra Stato Pontificio ed ex Regno di Napoli (Provincia di Terra di Lavoro, Distretto di Sora, Diocesi per lo più di Sora, Aquino e Pontecorvo e un po' meno di Montecassino (il cui centro a valle si chiamava S. Germano), ma siamo comunque in territorio borbonico che diverrà Compartimento della Campania con l'Unità per poi confluire nel Lazio (provincia di Frosinone) a seguito della grande riforma amministrativa di Mussolini nel 1927. Un altro particolare notevole: una bella fetta meridionale di questa valle rientrava nell’ enclave pontificia di Pontecorvo (vedasi nella citata carta del Marzolla la linea a crocette, indicante confine di Stato), e questo forse spiega – ce lo racconta il Rosalba nell’esordio della relazione – la grande euforia con cui la gente di tutte le classi sociali, che aveva espulso in malo modo i papalini al momento della formazione del Regno d'Italia, accoglie il nostro ingegnere, visto come verificatore e quasi salvatore di un progetto di irrigazione già scritto e disegnato dall’ingegnere del Genio Civile Raffaele Padula. Credo che lo stallo in cui erano rimaste le decennali promesse precedenti di intervento, e di cui si lamenta la popolazione locale, dipendesse anche da questa particolare commistione di sovranità politico-giurisdizionale, che rendeva i Borboni poco propensi a profondere in zona capitali, lavoro e “tecnologie”. È questo un progetto di sfruttamento delle acque difficile da sintetizzare in poco spazio perché lungo circa 70 pagine e ricchissimo di informazioni e di spunti di ogni tipo: c'è per esempio un bell’affresco stratigrafico-sociale dei poteri pubblici, tecnici ed economici, alla scala di nomi e cognomi estratti dal «fiore dei gentiluomini» e dai «più forti proprietari», in testa i sindaci con relative giunte comunali e così via (il maggiore della Guardia Nazionale Sig. Giulio Scorti, gli onorevoli Quattrucci, Lupio, Grossi, Calcagni, ecc.). Mi soffermerò ovviamente solo su quei passaggi del testo dai quali emerge di più il rapporto tra pubblico e privato o tra privati e privati, magari di diverso peso politico. All'inizio il Rosalba spiega il suo metodo dì ricerca: indagine bibliografica sui più accreditati autori delle varie materie coinvolte; incontri-interviste con persone e responsabili della cosa pubblica; perlustrazioni di luoghi, attraverso tappe ben precise che lui chiama «posate»: il tutto fatto «con interesse di scienza ed arte», dove arte sta per applicazioni costruttive delle valutazioni scientifiche. Il punto chiave dell'intero progetto è «l'alto scanno di roccia, che fa la cascata dell’Anatrella», nell’attuale comune di Monte S. Giovanni campano (dove questa specificazione la dice lunga sull’ex appartenenza amministrativa); una cascata, «che par proprio costruita per dar comodo ad un ingegnere di stabilire una presa d’acqua» (p. 5). Tante sono le aspettative generali circa l'esecuzione dell'opera già progettata dall'ingegner Padula (con sottoscrizioni indicanti il numero di ettari da irrigare), che tutti sono «ad offrir di soggiacere a qualunque tassa si dovesse imporre per prezzo d'acqua!» (p. 4). E qui mi sembra si configuri un sano rapporto fra pubblico (cui incombe la spesa iniziale) e privato (che si obbliga a pagare successivamente). L'area da irrigare viene così descritta: « ...oltrepassata di qualche miglio la città di Cassino, su andando verso Arce, quella regione presenta delle stupende pianure, sulla dritta e sulla sinistra della Consolare [la Casilina]: sulla dritta giungendo con una stretta zona, a pie delle colline su cui seggono: Piedimonte, Palazzolo, Caprile, Castello; Roccasecca, i Quadri, Roccadarce, ed Arce: sulla sinistra poi le vaste pianure che fanno altra larghissima zona sin presso alla sponda sinistra del Liri, nella quale si notano i comuni, di S. Angelo, di Pignataro, di Aquino, di Pontecorvo, ed Isoletta. La terra vi è piana, e con dolce pendenza doppia; da Settentrione a Mezzogiorno, e da Ponente a Levante». L’illustrazione prosegue sui fatti geografici (fisici e antropici) che possono ostacolare o favorire lo sviluppo della canalizzazione, mostrando uno studioso dotato di buone e aggiornate conoscenze geologiche, pedologiche e agronomiche (rotazioni agrarie praticate, perfino i generi di vita locali) e denunciare errori nei sistemi di coltivazioni, con relativi suggerimenti rettificatori. Descrive quindi tutti i principali lavori da eseguire, realizzabili con poca spesa. La cascata dell’Anatrella viene definita «la più bella, la più sicura, e la più stabile presa d’acqua, d’onde aver cominciamento una grande diversione del Liri» (ponti, ponticelli, ponti-canale, sottopassi); dei canali adduttori definisce le pendenze minime e massime (riferimento al Canale Cavour, al «gran canale aperto dal Larini nella campagna sabbiosa di Sotto Pavia, diretto dal rinomato ingegnere Parca» (p. 18), e così via (cita studi sull'economia delle acque, ad es. una non precisata del Prof. Alfonso Spagna, Palermo, 1864). Definisce i costi degli interventi, compresi i compensi al direttore e al personale, nonché il preventivo di spesa della manutenzione annuale. Nella dialettica pubblico-privato – lo sa bene il Rosalba – l’impatto di un’opera tecnica significa scontrarsi sia con la natura, sia con la proprietà dei cittadini: perciò chiede ripetute volte carte più dettagliate di quella (al 20000) esistente, suggerendo una scala 1:2000 e altri rilevamenti (profili trasversali, piani quotati, ecc.), per ben valutare gli «accidenti fisici» e i confini delle proprietà. In proposito, appare interessantissimo il paragrafo IV (Qual è la quantità di acqua che può derivarsi dal Liri nel tempo di scarsezza, cioè ne’ mesi estivi, tenuti presenti i dritti degli opificii idraulici che già se ne servono; i dritti che su dette acque potrebbero avere e sperimentare i proprietarii della sponda dritta del Liri). Qui vengono affrontate le questioni relative al conflitto, potenziale o reale, fra i possibili utilizzatori delle acque o fra le varie attività economiche rispetto all’uso delle acque stesse, un conflitto che non emerge finché un artefatto tecnico non le renda fruibili: il Rosalba infatti si può permettere il lusso di sollevare le preoccupazioni degli interessati sui diritti che in futuro potrebbero accampare i proprietari della sponda destra del Liri, ricorrendo a precise argomentazioni («Ma non essendovi contrade prossime alle sponde, né sulla dritta né sulla sinistra; ed il fiume correndo incassato tra le sponde medesime, che sono alpestri e sassose, il pensiero di altre inferiori derivazioni svanisce; ed i dritti de’ proprietarii della dritta sponda, riduconsi a zero – rimarranno dritti potenziali ma non esercibili non mai controvertibili: ecco tutto»), senza considerare tuttavia che in futuro sarebbero stati inventati elevatori d'acqua assai più potenti di quelli a ruota idraulica operanti all'epoca, ed il problema avrebbe potuto riproporsi... Rimanendo sempre nella stessa fattispecie, l'ingegnere salernitano discute anche il problema che chiamerei del “lupo e dell'agnello”, ossia del rapporto – quanto al prelievo del prezioso liquido – fra le comunità che stanno a monte e quelle che stanno a valle. Fa quindi l'esempio delle popolazioni della conca del Fucino, allora ancora in parte lago non bonificato, che a prosciugamento avvenuto avrebbero potuto far ricorso alle sorgenti per irrigare le loro terre e togliere alimento al volume d'acqua che al momento veniva giù (il par. V suona: «Che assegnamento può farsi sulle acque delle sorgenti, che ora formano il Fucino, considerato l’uso che potranno farne per l’irrigazione le terre di quell’ampio bacino, quando disseccate saranno messe a coltura»; altro esempio: le terre di Sora, Isola e Castelluccio, che in futuro potevano aprire nelle parti superiori altri canali di irrigazione (p. 30). Il Rosalba è ben lieto di affermare che i rischi di decurtazione d’acque a valle non sussistono, sostenendo la tesi che soltanto lo Stato, attraverso gli organi provinciali, potrebbe concedere o revocare l'uso delle acque a monte, giacché finalmente, dopo l’eversione della feudalità e l’emanazione del Codice Napoleonico, si è ritornati al diritto romano antico e si è posto fine all'artificio dei giureconsulti "privatisti" che negavano alle acque non navigabili «il carattere di acque demaniali pubbliche» e le tenevano «in conto di proprietà private» (p. 31). Nel Paragrafo VIII risponde al quesito su «Che quantità di acqua si richiede per l’irrigazione di un ettera di terra, tenute presenti le condizioni di composizione, giacitura e irregolarità di superficie delle terre da irrigare». Dopo aver citato le “autorità” in merito (Tadini, tomo E della nuova raccolta degli Idraulici Italiani, p. 236; Pareto) ed alcune esperienze fatte personalmente, egli conclude sulla impossibilità di un «calcolo verace», data la variabilità delle situazioni territoriali («... imperocché in mezzo a tante varietà, per ragione della fisica natura del suolo; per il metodo delle irrigazioni; per la diversità de’ prodotti che si coltivano; e per la diversità del clima, sarebbe impossibile una determinazione positiva delle quantità varie dell’acqua, che alle molteplici combinazioni si potessero assegnare» (pp. 38-39). L'articolato discorso si conclude con l’esibizione del «Quadro sinottico» del Berti-Pichat, intitolato «Della quantità d’acqua mezzanamente necessaria alla irrigazione di un ettara», al quale il Rosalba apporta delle opportune correzioni valutative. Quel che più interessa qui non è la valutazione tecnica in sé, ma la scelta dell'Autore che fa testo, Carlo Berti-Pichat, che era sì un teorico e pratico innovatore agronomico (scrisse fra l'altro le monumentali Istituzioni scientifiche e tecniche ossia corso teorico e pratico di agricoltura, in 28 voll, 1851-1870), ma viene preferito anche perché rappresenta una figura prestigiosa di patriota, figlio di un ufficiale napoleonico, un sicuro democratico, fondatore del giornale «L’Italiano» (1847), Ministro dell’Interno della Repubblica Romana, deputato al Parlamento Italiano per tre legislature nel Gruppo della Sinistra, sindaco di Bologna (1872) e feroce oppositore della politica economica della Destra. Una riprova, dunque, di quanto il fatto tecnico sia legato al politico e all’ideologico, che trova ulteriore e puntuale conferma laddove il Rosalba calcola l’utile che deriverà alle terre dal passaggio dal regime seccagno alle irrigazioni (pp. 52sgg). Non a caso egli cita largamente, Melchiorre Gioia della Filosofia della Statistica, nei passaggi in cui fa riferimento a casi antichi e recenti, europei ed extraeuropei, di regioni irrigate (Bagdad, Aragona, Nuova Spagna, Piemonte, Sicilia: Duca di Monteleone e Duca Gualtieri). In buona sostanza il verificatore Rosalba condivide, salvo marginali rilievi, tutte le scelte fatte nel progetto del Padula. Tuttavia, gli muove una sola, grande e fondamentale obiezione, assai interessante per il nostro discorso. Mentre il pur valido collega prevedeva «rendita nuova» dalla costruzione di ben 40 opifici industriali (si ché, asseriva, «questa parte della Provincia di Terra di Lavoro rivaleggerà co’ primi distretti manifatturieri della Francia e dell'Inghilterra...», il Rosalba sostiene invece che il futuro è nei miglioramenti dell’agricoltura e della pastorizia (ad esempio, chiede che l’industria della seta venga tolta ai «miseri coloni» e accentrata nelle mani dei «grandi proprietari», per realizzare quella che oggi chiamiamo un'economia di scala), nonché, nel commercio, considerato l'alto sviluppo lineare delle coste nazionali. Leggiamolo: «Io non partecipo affatto, alle illusioni di cosi prosperevole avvenire, che star poteva alcun poco ne’decorsi tempi, del così detto protezionismo: quel sistema artificiale di grandi industrie manifattrici col quale i stati diversi di Europa si facevano asprissima guerra economica è passato, e non tornerà più presso noi; e non è neppur desiderabile che torni. Imperocché, in un suolo ubertoso come il nostro, e sotto l'influenza di un bel sole, di un sole d'Italia, come disse la Sthael, noi dobbiamo esser popolo agricoltore e popolo pastore – e per quanto riguardi commercio, atteso il giro delle nostre estesissime coste, in mezzo al più bello de’mari interni, dobbiamo essere popolo commerciante, come altra volta lo fummo; ed emulare la gloria dell’antica Genova, dell’antica, ora sventurata Venezia; e dell’antica Costiera Amalfitana; chè il commercio nulla toglie allo slancio dell'agricoltura e della pastorizia, anzi l'accresce, col favorire l’esportazione delle materie prime, inservienti alle manifatture straniere» (p. 56). Nonostante tutto, e a parte le sue citazioni (Quesnay, Souilly), egli non vuoi essere scambiato per un fisiocratico “fondamentalista”, che suonerebbe peraltro un tradimento all’illustre conterraneo Antonio Genovesi. Qui dimostra un certo opportunismo e comunque fa dubitare della sua totale buona fede, benché a scusante ci fosse l’aria che tirava all’epoca. Pur in presenza di un governo di destra, infatti, nei primi anni postunitari gli uomini politici italiani sia di destra che di sinistra concordavano in una politica che valorizzasse l’agricoltura per creare capitali da investire in infrastrutture, il che realmente avvenne (specie in campo viario-ferroviario), a scapito dell’industria nazionale, che accusò un gap tecnologico in settori-chiave (siderurgico e meccanico), e a danno esiziale dell’industria meridionale, costretta spesso alla scomparsa, con l’eccezione del ramo serico, nemmanco troppo modernizzato. È interessante analizzare i motivi addotti dal Rosalba per la sua scelta pianificatoria: mancano i capitali per l’industria; non c'è più protezione doganale (l’Italia aveva adottato il liberismo piemontese); nell'attività di fabbrica ci si aliena («un lavoro che fa dell'uomo un automata») e nasce la lotta di classe (che comunque è giusta, giacché i «capi» delle Società manifatturiere sono «ingiusti e crudeli per avarizia verso gli operai» (p. 60), mentre con l'affermazione di un'agricoltura modernizzata «non tarderebbe a...raddoppiare una industre, comoda, mansueta e morale popolazione contadinesca» (p. 59), come accadeva in Lombardia, Piemonte e Toscana. Queste le conclusioni: «Contentiamoci, come abbiamo detto poco avanti, di qualche piccolo profitto per opifici, che potrebbero stabilirsi per eccezione, e di qualche macchina di agricoltura e nulla più: questo solo è serio! Curiamo tutto l’utile che dovrà necessariamente provenire dall’aumento di rendita nei fondi per la irrigazione, come l’abbiamo calcolato...» (p. 60). Nelle sue argomentazioni, il Rosalba non manca di lanciare degli strali ai Borboni (forse anche un po’ eccessivi e ingenerosi) e alle precedenti dominazioni del Sud: la Campania Felice deve esser resa «più degna di quel suo nome, dal quale ha dovuto scapitare per l’indolenza di governi che nulla han voluto fare per la protezione delle scienze agronomiche» (p. 60). Ora, da sole queste popolazioni «non arriverebbero mai a crearsi per propria iniziativa quel sistema d’irrigazione che tanto bramano....soggiaciute da tanti secoli al reggimento di governi dispotici...». Come si vede, viene fuori una figura di “uomo di sinistra”, troppo ligio agli interessi dei grandi proprietari e certamente succube della temperie politico-economica. Quelle popolazioni – egli prosegue – «han perduto la coscienza della forza collettiva [riappare il linguaggio di sinistra...], e la fiducia che dovrebbero avervi. Tutto per esse bisogna che accada per fatto di Amministrazione: specialmente; per un gran sistema d’irrigazione, su del quale, l’Amministrazione deve necessariamente mettersi a capo, per tutelare la salute pubblica, e l’ordine pubblico: e poi ancora per proteggere e sussidiare un’opera di tanta importanza con opportune anticipazioni, onde far fronte alle inevitabili spese, alle quali si va incontro sulle prime. Ben inteso, che quelle anticipazioni dovrebbero essere dai proprietarii dei fondi rimborsate...» (pp. 68-69). Tornano quanto mai illuminanti, a questo punto, per spiegare l'apparente contraddizione dì questo tecnico-umanista, le seguenti riflessioni di Giovanni Spadolini (1985) sulla situazione dell’Italia all'indomani dell’Unità: «...la Destra subordinò in ogni momento i problemi amministrativi agli imperativi morali...e guardò alle riforme come a uno strumento di trasformazione etico-educativa molto prima che di stabilizzazione politico-economica. La...Sinistra, premuta dalle rivendicazioni dei nuovi ceti che affioravano alla superficie, incalzato dall’attacco del protezionismo industriale congiunto all’estensione dell'intervento dello Stato e della burocrazia, si trovò costretta a imboccare una strada diversa e talora opposta, a dare la priorità al rafforzamento delle strutture giuridiche, rispetto a quello delle convinzioni ideali, a optare per la creazione di un equilibrio sociale piuttosto che per la ricerca di una più elevata coscienza morale» . O quanto si legge in un accreditato manuale di storia: «Le differenze tra i due schieramenti politici erano di natura ideologica più che sociale: la Sinistra raccoglieva tutti coloro che volevano una più larga partecipazione alla gestione del potere (da realizzare soprattutto attraverso l'ampliamento del corpo elettorale) oppure che, come i repubblicani, si erano opposti allo sbocco istituzionale che era stato dato al processo di unificazione. La Sinistra aveva dato espressione politica al vasto malcontento provocato dalla politica di rigore della Destra, riunendo gruppi sociali eterogenei: in essa si erano infatti raccolti sia i rappresentanti della più avanzata borghesia settentrionale che quelli della borghesia terriera meridionale, contrari alla politica di costruzione di infrastrutture necessarie a sostenere lo sviluppo industriale del Nord, che era finanziata con maggiori imposizioni sulla proprietà terriera» (VILLANI, PETRACCONE, GAETA, 1996, p. 46). Allo stato attuale della mia indagine non so in particolare quanto di quello che possiamo chiamare il progetto Padula-Rosalba sia rifluito nei successivi e tardivi interventi bonificatori dell'area in parola. Riassuntivamente sarà forse utile richiamare quanto di recente scriveva Stefano Lepre: «Il territorio della Valle del Liri venne classificato comprensorio di bonifica di prima categoria dopo il 1882, col r. d. 11 ottobre 1885, e nel corso del primo decennio del Novecento vennero eseguiti anche alcuni lavori (tra i quali il prosciugamento di uno stagno a Cassino e la sistemazione idraulica e l'imbrigliamento di diversi torrenti del bacino Consorzio di Bonifica della Valle del Liri si è costituito abbastanza tardi, nel 1950, e ha operato dal 1952: esso ha compiuto rilevanti interventi di bonifica idraulica e montana, nel settore della viabilità e per l'elettrificazione rurale ( LEPRE, 1998, p. 553).

Autore della scheda: Vincenzo Aversano