De Fazio, Giuliano

Giuliano De Fazio
N. 1773
M. 1835

Relazioni di parentela:

Ente/istituzione di appartenenza:
Qualifica: Ingegnere in capo del Corpo di Ponti e Strade; ingegnere di dipartimento; ispettore Generale; architetto commissario della città di Napoli; socio ordinario della Reale Accademia di Belle Arti (BUCCARO, 1992, p. 298, n. 23).

Biografia:
Nasce nel 1773 e muore nel 1835 (BUCCARO, 1992, p. 298, n. 23).

Produzione scientifica:
Tra i maggiori esponenti della corrente neoclassica (insieme a Pietro Valente, Francesco Saponieri, Nicola D’apuzzo, Bartolomeo Grasso e Antonio Miccolini), il de Fazio svolge un ruolo fondamentale nell’ambito dei principali programmi e interventi promossi per il riassetto territoriale dello Stato Borbonico e della città di Napoli: infatti è annoverato tra i maggiori protagonisti dei più importanti programmi ed interventi promossi nel primo ventennio del XIX secolo nel Mezzogiorno d’Italia in materia di opere pubbliche, conformi alla politica economico-commerciale ispirata dal Murat. In qualità di architetto commissario di Napoli, il de Fazio si impegna nel proseguire il programma urbanistico, di stampo funzionale-estetico, intrapreso dai francesi. Con tale intento, nel 1806, riprende la sistemazione dell’Orto Botanico di Napoli (inaugurato nel 1809) sui suoli contigui all’Albergo dei Poveri, cui avrebbe aggiunto, nel 1812, per incarico del Ministro Zurlo, il progetto della relativa Scuola di Botanica e del fronte del giardino di via Foria, nonché della Serra.
In un opuscolo pubblicato qualche anno più tardi (Discorso sugli archi di trionfo), il de Fazio avrebbe chiarito i principi della sua modalità di progettazione, ispirata ai principi base dell’architettura greca (fondati sulla verità degli ornamenti e sulla grandiosità, varietà e unità dell’opera). Contemporaneamente, in questi stessi anni, l’ingegnere-architetto si distingue nell’ambito dell’ingegneria idraulica; nel 1809 lavora a una parziale sistemazione del porto di Nisida, mentre nel 1813 riceve l’incarico di escogitare una soluzione utile a riportare in funzione i porti pugliesi, da tempo interrati.
Questo compito lo avrebbe spinto ad affrontare gli studi di idraulica dei contemporanei ma anche a dedicarsi con molta attenzione all’analisi dei resti archeologici dei moli romani presenti lungo il litorale flegreo e laziale, nella convinzione di poterne nuovamente impiegare le tecniche di progettazione, conciliandole con le più avanzate conoscenze dell’architettura idraulica, per evitare l’interramento dei porti, la cui causa, secondo il Nostro, sarebbe «da ricercarsi essenzialmente nella presenza della corrente litorale e dei venti dominanti» (BUCCARO, 1992, p. 33). Nel 1814, infatti, il de Fazio propone al Consiglio Generale di Ponti e Strade il restauro sperimentale di sei piloni del molo di Pozzuoli, animato dal sogno di restituire al porto flegreo prestigio ed importanza e deciso a verificare la validità del metodo dei moli a trafori, mutuato dalle tecniche idrauliche degli antichi Romani. L’idea, quindi, non è puramente formale e stilistica, ma anche strutturale e funzionale e il bacino flegreo diventa per il nostro ingegnere-architetto «il principale strumento di ricerca in materia di scienza idraulica applicata alle strutture portuali e di economia politica tesa alla gestione del territorio» (BUCCARO, 1992, p. 10). Questo progetto, a causa dell’eccessivo «numero di porti interrati esistenti lungo le coste del Meridione, la conseguente necessità di ristrutturarli e quella di creare nuovi scali indispensabili al commercio marittimo tra le province, e di queste con l’estero» (BUCCARO, 1992, p. 44), viene entusiasticamente sostenuto dal de Rivera, ma osteggiato, invece, da parte dei tecnici più conservatori del tempo. Nonostante le critiche e l’ostilità di questi ultimi, il de Fazio, del tutto indifferente alle provocazioni, tra il 1815 e il 1816, perfeziona il progetto, «tentando invano di giungere ad un intervento di ripristino dell’intero molo, subito ritenuto troppo costoso» (BUCCARO, 1992, p. 34). Nel 1832, nell’ambito del piano di potenziamento del molo flegreo dal punto di vista commerciale e sanitario, il Nostro realizza con l’ingegnere A. Maiuri «lo studio dei “Principii generali su’quali è fondata la buona architettura dei lazzaretti”», nel quale sostiene «l’utilità del lazzaretto all’interno di un sistema commerciale organizzato» (BUCCARO, 1992, p. 126). L’idea del de Fazio è, ancora una volta, osteggiata da una relazione presentata al re Ferdinando II dagli ingegneri conservatori del regno che, nell’ambito del dibattito sulla natura epidemica o endemica del colera (epidemia da cui l’Europa è ripetutamente investita nel corso del XIX secolo) e sull’opportunità di costruire o meno dei lazzaretti come rimedio al contagio, avvalorano la seconda ipotesi. Di fatto, nonostante ciò, i lavori per la costruzione di un lazzaretto ebbero luogo e i principi del de Fazio, «già introdotti nel “Regolamento del Servizio Sanitario Esterno” approvato dal ministro Murena nel ’53, furono riproposti dal Carelli negli “Annali Civili del Regno”» (BUCCARO, 1992, p. 126).
L’attività del de Fazio si svolge intanto anche in altre province del Regno. Con Bartolomeo Grassi e Luigi Malesci si occupa infatti delle opere di regolamentazione del lago di Salpi, la cui bonifica era nelle preoccupazioni del governo borbonico e fu positivamente proseguita nei decenni successivi, all’interno di un progetto che prevedeva la «colonizzazione agricola in alcune aree di scarso insediamento, il rimboschimento e l’ampliamento e ammodernamento di alcuni centri urbani» (MONTESANO BERARDELLI, 1977, p. 288). Il Nostro è pure presente nell’ambito delle iniziative volte a trasformare l'assetto urbanistico della città di Avellino agli inizi del XIX secolo. Sostenitore del panoptismo benthamiano, insieme al Malesci, al Grasso e al de Rivera, entra a far parte il 13 ottobre 1821 della Commissione Esaminatrice della Direzione Generale del Corpo Reale di Ingegneri di Ponti e Strade, incaricata di valutare il progetto redatto dall’ing. Luigi Oberty per la costruzione del nuovo carcere della città di Avellino. Il de Fazio non è un commissario qualunque, ma è sicuramente l’ispiratore dei “concetti-guida” della relazione redatta il 15 dicembre dalla stessa Commissione: «capacità e sicurezza come condizioni imprescindibili, al pari, però, della salubrità e del costume», unitamente a un disegno puramente geometrico, in base alla «convinzione, allora imperante, che solo le forme geometriche potessero garantire forza espressiva e chiarezza di risultati» (CATALDI online). Il progetto per il carcere di Avellino «si ispirava in maniera evidente alle teorie espresse da Jeremy Bentham nel suo Panopticon […] che, pubblicato nel 1791, nei primi decenni del sec. XIX circolava negli ambienti culturali più aggiornati d'Europa suscitando, ad un tempo, adesioni ed interessanti dibattiti». Il de Fazio condivide pienamente le teorie di Bentham, ma «si addentra maggiormente nella ricerca di condizioni di salubrità, dimenticando il principio di isolamento e sacrificando le condizioni di sicurezza e di controllo teorizzate invece fortemente nel Panopticon […], ispirandosi anche a modelli di architettura militare […] e persino agli antichi castelli […], quasi a stabilire un equilibrio con le nuove teorie umanitarie da lui fermamente condivise […]. Ne viene fuori un complesso assai singolare, unico nel suo genere, che risalta chiaramente anche nella , rilevata a vista da Federico Amodeo intorno al 1870, con la sua caratteristica pianta esagonale e il corpo centrale a torre, da cui cinque bracci si dipartono a stella» (CATALDI online).
Tra gli aspetti più interessanti dell’operato del de Fazio, ingegnere-architetto dall’inesauribile attività, si deve in conclusione rilevare la sua indiscutibile capacità di conciliare l’insegnamento degli antichi con un’originale interpretazione dei principi della logica urbanistica importata dal Murat e delle nuove prospettive culturali del tuo tempo, come dimostrano i progetti e i tipi architettonici innovativi da lui ideati, rispondenti a precise funzioni e scopi, sulla scia della tradizione e dei criteri illuministici di efficienza, egualitarismo ed economia (BUCCARO, 1992, p. 7).
Bisogna altresì osservare che gli approfonditi studi sulla scienza dei porti, intrapresi dal de Fazio nel 1814 e confluiti in quattro Discorsi (di cui il quarto è particolarmente significativo anche per la comprensione del fenomeno del bradisismo), gli avrebbero procurato fama e prestigio, suscitando però, allo stesso tempo, la perplessità, l’ostilità, l’invidia e le critiche da parte dei tecnici del Corpo del Genio, in parte giustificate: infatti, negli ultimi scritti sui porti antichi, risalenti al 1832 e 1834, il Nostro, per eccesso di entusiasmo, finisce a volte con il cadere in errore. Tuttavia i suoi studi, proseguiti sino alla morte, sarebbero stati tradotti e pubblicati in Francia negli Annales du Corp des Ponts et Chaussées, per poi essere ulteriormente sviluppati dai suoi seguaci, condizionando fortemente l’evoluzione del settore ingegneristico-idraulico a Napoli durante il regno di Ferdinando II di Borbone (BUCCARO, 1992, p. 36).
Alla luce di tali riflessioni, il de Fazio può essere allora realmente considerato, secondo la definizione coniata da Carlo Afan de Rivera per gli ingegneri del Corpo di Ponti e Strade, un vero e proprio scienziato-artista, ossia un «tecnico interessato all’applicazione delle moderne teorie scientifiche all’architettura delle nuove tipologie» (BUCCARO, 1992, p. 10; cfr. anche Foscari, 1995, pp. 153-154 e passim).

Produzione di cartografia manoscritta:
Ponte progettato avanti al molino della Ferreria, 1817.
F.to: Giordano Bartolomeo, Bartolomeo Grasso, Giuliano De Fazio. ASAV, Fondo Intendenza, b. 126, dis. B.

Pianta della città di Napoli [G. De Fazio-L. Malesci, 1805], (ALISIO- VALERIO, pp. 170-171) citata da Buccaro (p. 27, nota 23) ma non ancora reperita in Archivio.

Profilo della Strada Riviera nella parte più stretta, Apr. 1834
ASN, Sez. Chiaia, Inv. n. 47

Profilo della Strada Riviera nella parte più stretta …, Apr. 1834
ASN, Sez. Chiaia, Inv. n. 48

Produzione di cartografia a stampa:

Fonti d’archivio:

Bibliografia:

Rimandi ad altre schede: Giordano Bartolomeo, Bartolomeo Grasso e Luigi Oberty

Autore della scheda: Vincenzo Aversano